Approfondimenti - BUSHIDO

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Approfondimenti

Spada giapponese
Si può dire che nella nostra pratica, derivante dalle discipline Bugei e Bujutsu, didatticamente le discipline di spada studiate sono fondamentalmente tre:
Batto-jutsu
Iai-jutsu
Ken-jutsu
ma le differenze non sono poi così sostanziali come si potrebbe pensare, sempre di spada si tratta.
Nella concezione didattica della nostra scuola nel Batto-jutsu si studiano tutte quelle forme distintive di estrazione della spada dal fodero in cui si manifesta l’intenzione immediatamente combattiva. Queste forme sono generalmente esguite con una spada affilata (Shinken) e sono sequenze di combattimento che arrivano anche a sette-otto movimenti. In questa materia tipicamente si trovano le prove di taglio con una spada affilata (Tameshigiri) su oggetti che generalmente sono tatami di paglia arrotolati, tronchi di banano o bambù che garantiscono la sensazione della corretta postura e coordinazione necessaria per un possibile taglio su un arto umano.

Nello Iai-jutsu invece, le forme sono più brevi e composte di due-tre tecniche che sono contraddistinte da un ritmo specifico dato da estrazioni seguite da guardie “di attesa” e tagli violenti e veloci.

La materia specifica del Ken-jutsu, da non confondere con il Ken-Do, si studiano tutte quelle forme di combattimento in cui ci si trova con la spada già estratta dal fodero (Saya).
Durante lo studio di tutte queste forme didattiche ci si imbatte in molti kata – o sequenze prefissate, come accade anche in molte discipline a mani nude – dove lo studio biomeccanico del movimento è caratterizzato dalla combinazione di elementi come spazio-tempo-direzioni. In questo modo gli elementi fondamentali di una strategia si fondono manifestando lo stile proprio della disciplina e creando le difficoltà necessarie affinché lo studente possa incontrare i propri limiti fisici e temporali.
Cha no yu - Chado

La cerimonia del tè non è un semplice passatempo per conversare di frivoli pettegolezzi o un modo raffinato di dissetarsi. Esprime piuttosto una filosofia di vita. Gli ospiti che intervengono alla cerimonia devono trovare in essa un'oasi di pace e di tranquillità dalle ansie del mondo, dove la mente possa aprirsi a una serena riflessione o meditazione. La cerimonia del tè incarna la ricerca della bellezza del popolo giapponese, la cui raffinatezza si esprime tramite la semplicità e la povertà delle cose. Una tazza di tè per soddisfare l'umano bisogno di serenità. Le varie scuole differiscono le une dalle altre per i dettagli e le regole, ma mantengono intatta l'essenza della cerimonia che il grande maestro aveva istituito. Quest'essenza è arrivata fino a noi incontestata e il rispetto per il fondatore è uno degli elementi che tutte le scuole hanno in comune. Il Maestro Sen no Rikyu ha raccolto i principi fondamentali della cerimonia del tè (chadou, cha no yu o sadou) in quattro semplici parole:
wa - armonia tra le persone e con la natura, armonia degli utensili e la maniera d'uso;
kei - rispetto verso tutte le cose e sincera gratitudine per la loro esistenza;
sei - purezza interiore, ma anche nitore e pulizia delle cose che ci circondano;
jaku - tranquillità e pace della mente, conseguente alla realizzazione dei primi tre principi.
La base della filosofia della cerimonia del tè è quindi l'armonia con la natura.

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Sumi-e


Il termine giapponese significa “inchiostro nero” (sumi) e “pittura” (E) ed indica una delle forme d’arte in cui i soggetti sono dipinti con l’inchiostro nero in gradazioni variabili dal nero puro a tutte le sfumature che si possono ottenere diluendolo con l’acqua. Questo però non vuol dire che ogni cosa dipinta così possa meritare il nome di “sumi-e”. Il vero “sumi-e”deve rispondere a determinate caratteristiche tipiche, come ad esempio la sobrietà e la spontaneità che vanno direttamente alla sensibilità dello spettatore. Perché un dipinto sia “vivo”, tutti i suoi componenti devono essere vivi.Questo tipo di pittura include già il “disegno”, non c’è bisogno di alcun tratto preparatorio, viene tralasciata ogni forma o dettaglio superfluo. Il “ sumi – e” coglie l’essenza della natura.
Il “ sumi – e” venne introdotto in Giappone dai monaci Zen e conobbe un rapido successo perché questa “ tecnica” pittorica, come nella pratica dello Zen, l’espressione del reale viene ridotta alla sua forma pura, spoglia. I ritocchi, le “ aggiunte”, le decorazioni in realtà non abbelliscono un’opera ma ne offuscano solo la verità naturale, la sua propria natura. E’ un po’ come nella cucina: se metti troppi condimenti e troppe spezie, non sentirete più il gusto di quello che effettivamente state cucinando.
E così come nello Zen poche parole sono sufficienti a esprimere il senso di molte ore di meditazione, nel “sumi – e” pochi tratti d’inchiostro nero tracciati con un pennello su un semplice foglio di carta bianco, permettono di rappresentare il modello più complesso. Si deve imparare a cogliere l’essenza, la verità così com’è.
Vediamo ad esempio che cosa succede quando vogliamo dipingere un bambù con la tecnica del “sumi – e”: ci si siede (ma si può fare anche in piedi) tenendo la schiena ben diritta, si mette davanti a sé un foglio di carta e ci si concentra sul foglio, respirando con calma, naturalmente. Si lasciano svanire tutti gli altri pensieri. Nella nostra mente rimane alla fine solo un foglio bianco. Poi si lascia che si presenti alla mente l’immagine da dipingere.
Per dipingere il bambù, ne dobbiamo sentire la “consistenza”, si “vede” il tronco, i rami, si “sente” il fruscio delle foglie leggere mosse dall’aria o dal vento, o bagnate, pesanti di pioggia. Di questo e altro tutto il nostro spirito s’impregna, in un certo senso si diventa il bambù, è indescrivibile. Allora si prende il pennello e si lascia andare la mano in modo naturale e senza sforzo. Non c’è alcun pensiero di tecnica, né di risultato, non c’è alcuno sforzo cosciente di fare “un buon dipinto”. Il bambù “creato”dal niente, non meramente “copiato”. Sulla carta di riso poi è concesso un solo colpo di pennello per ogni tratto; ogni ritocco viene immediatamente percepito. Tutto l’apparato mentale che complica l’immagine (e la vita) viene abbandonato.
Così comprendiamo che i “ pensieri sulla vita”, non sono proprio la vita in sé. I “pensieri” sullo Zen, non sono lo Zen, sono solo pensieri……
A poco a poco il nostro bambù completo prenderà forma e avremo una pittura incontestabilmente “viva”.
Questo modo di dipingere è completo, coinvolge tutto il corpo. Non è per niente facile, e un maestro è indispensabile, nonché abituarsi a ripetere infinite volte i soggetti, o parti di essi. Lo spirito diventa sempre più raffinato e sensibile tramite la ripetizione costante. E’ inevitabile che all’inizio le nostre pitture siano fredde e che manchino di spontaneità. Allora bisogna volere più bellezza nel proprio lavoro, però questo non deve diventare ossessione di essere un “perfetto” praticante di “sumi – e” perché in questo caso non si farà alcun progresso. Se si continua a pensare in termine di “buono” o “cattivo” si è ancora distanti dal vero spirito del “sumi – e”. Come nello Zen, Lo spirito deve essere libero da ogni desiderio volontario di “successo” o di “ambizione”.
Così, probabilmente molto prima di quanto pensiate, vi sentirete in grado di dipingere tutto quello che volete perché ogni cosa di un paesaggio apparirà come il riflesso stesso della vita originaria e della natura.
Constaterete inoltre che state respirando meglio, che il vostro portamento è più eretto e “nobile”, che anche lo stato generale della salute, incluso l’equilibrio psichico, è migliorato. Come lo Zen , Zazen, non è il mero apprendimento di una “tecnica di meditazione”, ma è il contatto diretto con l’origine di tutto (“natura di Buddha”), così il “sumi – e” va ben al di là di una semplice “tecnica pittorica”.
[testo tratto dal web, fonte: http://www.sumi-e.it]

L'angolo della saggezza

Dhammapada 369

Vuota l’acqua dalla tua barca,
liberati dalle inquinanti passioni
della brama e dell’odio:
disincagliato salpa
verso la liberazione

Ultima modifica: 12/07/2017
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